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LESSICO FAMIGLIARE, NATALIA GINZBURG

Ad ogni romanzo famigliare che si rispetti sono incurabilmente propri due connotati: l’estensione interminabile dell’arco narrativo e la vastità del numero di personaggi. Il capolavoro di Natalia Ginzburg, insignito del premio Strega nel 1963, formalmente non fa eccezione: in poco più di duecento pagine condensa vent’anni di storia italiana (dall’avvento del fascismo al dopoguerra) in cui si muovono più o meno durevolmente l’intera famiglia dell’autrice – la madre, il padre, quattro fratelli, il marito Leone- assieme ad alcune delle più note personalità dell’ambiente politico-intellettuale dell’epoca. Tra le righe di uno dei maggiori classici dell’ultima letteratura italiana sono contenuti gli indimenticabili ritratti di Filippo Turati, Cesare Pavese, Adriano Olivetti:

 

 

“Fra questi amici ce n’era uno che si chiamava Olivetti, e io ricordo la prima volta che entrò in casa nostra, vestito da soldato perché faceva in quel tempo il servizio militare. Adriano aveva allora la barba, una barba incolta e ricciuta, di un colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo fulvi, che si arricciolavano sulla nuca ed era grasso e pallido. La divisa militare gli cadeva male sulle spalle, che erano grasse e tonde; e non ho mai visto una persona, in panni grigio verdi e con pistola alla cintola, più goffa e meno marziale di lui. Aveva un’aria molto malinconica, forse perché non gli piaceva niente fare il soldato; era timido e silenzioso, ma quando parlava, parlava allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse ed oscure, fissando il vuoto con i piccoli occhi celesti, che erano insieme freddi e sognanti.”

 

 

E, pur riprendendo e rispettando le regole non scritte del genere letterario a cui affida le proprie parole, nella sostanza delle pagine, della narrazione, le stravolge: la storia è sì un elemento importante, ma ad un livello di lettura più intimo, arricchito da conoscenze personali che più approfondite sono, più consentono di cogliere riferimenti; per il resto il muto succedersi della guerra, della persecuzione, della lotta, svolge una funzione analoga alla scenografia in teatro, alla colonna sonora nel cinema. I personaggi sono numerosi, arriviamo alla fine del libro a conoscerli così sinceramente che potrebbero esser nostri i fratelli dell’autrice, nostri i genitori, nostri gli amici. “Caratterizzazione psicologica del personaggio, sviluppo caratteriale dello stesso, onniscienza narrativa abilmente adoperata” sono splendidi pregi che non sarebbero bastati tuttavia a donare al romanzo la fama che l’ha accolto, se fossero stati palesati da descrizioni comuni che partono dalla fisicità e arrivano al comportamento o al dialogo e non dal medium di cui si serve la Ginzburg: il lessico. Lessico famigliare è un titolo eloquente che sinteticamente spiega l’intera tecnica narrativa di un’autrice che ci introduce nel labile mondo della psiche umana attraverso gli intercalari che usiamo più frequentemente, le parole buffe che pronunciamo a questo o a quel modo, i modi di dire che ci appartengono. Arriviamo a tale intimità coi personaggi perchè, man mano che giriamo le pagine, iniziamo a condividerne il vocabolario. Ad arruffarne il lessico. 

 

 

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”.”

 

 

In un periodo come quello degli anni ’30 e ’40 il mondo cambiava ad una velocità inenarrabile, ci si svegliava e si leggeva su un quotidiano qualunque che si erano stabilite leggi di discriminazione razziali. Che era scoppiata la guerra. Che era caduto il fascismo. La storia corre, le persone muoiono. Il lessico, i modi di dire di ognuno, invece, restano immobili: il linguaggio è il collegamento saldissimo tra passato e presente, è l’unica sorgente rimasta vivida nel ricordo, l’unica memoria possibile. 

 

 

Un classico che ancora si ostenta a definire tale anche a causa della sua imperfezione sintattica, della sua infinita ripetitività, dell’ironia fortissima e onnipresente, (il chè ovviamente non vuol dire che vi ritroverete piegati in due dalle risate per storielle buffe come questa: “Il Demente nella sua clinica aveva un matto che credeva d’essere Dio. Il Demente ogni mattina gli diceva: – Buon giorno, egregio signor Lipmann –. E allora il matto rispondeva: – Egregio forse sì, Lipmann probabilmente no! –”, modi di dire inusuali come “Non fate malagrazie!”, “Non fate sempiezzi!”), ma ancora attuale, e divertente, e acuto. Uno sguardo indagatore che si appoggia leggero ad uno dei periodi storici più complessi e problematici che il mondo abbia mai attraversato. Una risata suggestiva sul grande tema del linguaggio. Un gioco per avvicinarsi ai grandi personaggi della politica, alla loro azione, arrivando a conoscerli come li conobbe la Ginzburg, a citarli come ‘Il mio povero Filippèt!’ e non più Turati, a chiamarli per nome, a comprenderli oltre le equivocità. 

 

 

 

Susanna D’Ambrosio